lunedì 12 febbraio 2007

La buonuscita di Cimoli

La maxi-liquidazione che il Ministero del Tesoro si accinge a dover pagare all'ex a.d. di Alitalia, Giancarlo Cimoli, sta dando vita ad un vero e proprio caso politico. Una cifra scandalosa e inconcepibile - si parla di oltre 5 milioni di euro - che il manager avrebbe concordato già all'inizio del suo mandato come "salvatore dell'Alitalia". L'affaire Cimoli che speriamo si concluda con una decisione che salvaguardi almeno la decenza delle istituzioni, rappresenta la punta di un iceberg che nasconde un problema che sembra alquanto difficile da affrontare senza presupposti ideologici e senza un pregiudizio di fondo. Il problema è semplice: per i manager che amministrano aziende pubbliche ci deve essere un tetto allo stipendio? Da uno sguardo agli emolumenti dei top manager privati e dei top manager pubblici si nota che tra le due categorie la differenza è minima. Anche se i manager privati possono contare sulle famose stock otpion che sono una manna per coloro che fanno bene il loro lavoro - si pensi che Sergio Marchionne, a.d. di Fiat molto probabilmente nel 2010 staccherà una cedola per le sue azioni Fiat di oltre 130 milioni di euro.

I sindacati e molti esponenti della sinistra vorrebbero che vi fosse un parametro che definisse l'emolumento del top management delle aziende pubbliche, legato in qualche modo allo stipendio dei dipendenti. Soluzione alquanto bizantina. Da più parti si sente però dire che i bravi manager devono essere pagati, a volte strapagati. Altrimenti non accetterebbero di lavorare per le imprese pubbliche. Ma... è giusto che non debbano in alcun modo rispondere dei risultati?
Il mercato dei manager è un mercato molto competitivo. All'estero le aziende pubbliche si contendono i migliori manager sul mercato. Strappandoli alle aziende private. Ma la variabile non è lo stipendio - in media i manager pubblici europei hanno stipendi più bassi dei loro colleghi italiani - ma a fare la differenza sono i bonus che si concordano sui risultati. Una forma di meritocrazia che in Italia non accetterebbe nessun manager. Perchè? Semplice: l'Italia è da sempre il paese delle garanzie. Per mandare a casa Cimoli a momenti ci sono voluti i carabinieri. Chi accetterebbe di mettersi in gioco, senza una lauta, protetta e generosa liquidazione? Come può mancare in contratto una manaleva concordata ante-post sugli eventuali errori o sulle "sorprese" contabili" ex post?
Retaggi di una cultura dell'appropriazione che parte da molto lontano.
Forse tra le lenzuolate di Bersani un ricamo lo dovrebbe dedicare a questo aspetto.
Gestire con efficienza la cosa pubblica è o non è competizione?

2 commenti:

Anonimo ha detto...

In qualsiasi altro paese sarebbe scandaloso, in italia è normale superpagare i manager(?!) per far fallire una azienda, ma dopo l'esperienza del ragionier Tremonti non mi scandalizza più nulla.

Ajeje87 ha detto...

quanto si andrebbe avanti se solo in Italia si scoprisse che esiste la parola meritocrazia.