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mercoledì 7 marzo 2007

Mons. Bagnasco da Genova, nuovo presidente della CEI

L'arcivescovo di Genova, monsignor Angelo Bagnasco è il nuovo presidente della Cei, la Conferenza episcopale italiana. Papa Benedetto XVI lo ha nominato dopo aver accettato la rinuncia per raggiunti limiti d'età del cardinale Ruini.
L'arcivescovo di Genova ha 64 anni. La sua nomina alla presidenza della Cei è stata fortemente voluta dal cardinale Tarcisio Bertone, segretario di stato.
Cosa cambia nel governo dei vescovi italiani con la sua nomina?
A Genova mons. Bagnasco e' molto apprezzato per il suo ruolo di guida spirituale di laici e religiosi. Riservato, ma affabile, con una cultura robusta e una grande attenzione per la dimensione spirituale, dice chi lo conosce bene.
Con buona probabilita' la sua nomina seguirà una linea di continuita' con l'impostazione di S.E. il card. Ruini.
Mons. Bagnasco ha fatto già sapere che ha sempre condiviso la linea di Ruini sui DICO e su tutte le prese di posizione della Chiesa sui quesiti politici e sociali italiani. Ribadendo oin una recente intervista che ''ai cattolici non basta essere presenti e dire semplicemente che ci sono. Devono dimostrare tutta la forza della loro identita' con grande serenita'''.
Chi si aspettava un cambio radicale ne resterà forse un po’ deluso. La Chiesa non intende per niente rinunciare al suo principio di identità di una nazione, di un popolo, di una società.
Tra i vescovi italiani, tuttavia, la nomina è stata accompagnata da segnali di delusione: sono molti infatti, quelli che, pur in segretezza, dichiarano il loro disagio per l'interventismo politico della Cei ruiniana, per la mancanza di collegialità, per i criteri assolutistici delle nomine che tendono a privilegiare figure opache ma fedeli. Chiamati a confrontarsi con i problemi e le realtà sociali nella propria diocesi, come l’arcivescovo di Milano, Dionigi Tettamanzi, che si è più volte proposto come attento osservatore dei movimenti pacifisti e dei No Global. Monsignor Bagnasco dovrà fare qualcosa di diverso dal suo predecessore, per dimostrare che la Chiesa di Roma non si è chiusa e arroccata in una torre di silenzio, ma si pone all’ascolto della società italiana , interpretandone i mutamenti, le difficoltà e i pericoli per condurla, con coraggio e determinazione, verso orizzonti di umanità e di speranza. Quello che da decenni ormai non fa più.

venerdì 2 marzo 2007

Il SSN è promosso...lo dicono gli italiani...del nord.

E’ una notizia che bisogna far girare. A me sembra straordinaria. Non tanto perché fotografa una realtà poco conosciuta. Ma soprattutto perché rompe un luogo comune e tenta di rimettere nel giusto contesto il fenomeno della Malasanità. Piaga e vergogna che accompagna gli ospedali e la sanità italiana nel suo complesso. Eccola la notizia: Gli italiani promuovono a pieni voti il servizio sanitario nazionale. Secondo l'indagine Istat sulla salute, effettuata su un campione di 60mila famiglie e presentata al ministero della Salute, un terzo della popolazione è molto soddisfatto del Sevizio Sanitario, e gli dà un voto fra il 7 il 10. Il 43,4% dà una valutazione intermedia, mentre solo il 17,2% esprime insoddisfazione. Italiani nel complesso soddisfatti, dunque, ma con grosse differenze tra Mezzogiorno e Settentrione. Le regioni nelle quali i giudizi negativi sono più numerosi si trovano tutte al Sud: Calabria (35,9%), Puglia (28%) e Sicilia (25,6%). Al Nord, invece quelle con un livello maggiore di soddisfazione. In particolare, sono molto contenti del servizio sanitario gli abitanti della provincia di Bolzano (68,8%), della Valle d Aosta (59,6%) e dell'Emilia-Romagna (46,8%).
Ma allora uno si chiede tutte quelle immagini, i servizi, i reportage e le inchieste – ultima quella dell’Espresso sull’ospedale Umberto I° di Roma - che sono film dell’orrore girati a Cinecittà?
Visto che ci lavoro da troppo tempo con i sondaggi e le opinioni, forse l’indagine Istat non dice tutto. O meglio forse le domande non volevano sapere tutto. Certo il campione è ampio e rappresentativo, ma non mi convince una piccola evidenza che l’indagine non enuncia. Quanti degli intervistati ha, nell’ultimo anno, fatto ricorso, visita o è passato da un ospedale italiano?
Comunque resta una buona notizia. Il Ministro Turco e gli assessori regionali della sanità possono così contare su un clima di fiducia, nonostante tutto. Resta il fatto però che i topi all'Umberto I° e le allucinanti scene degli ospedali in Calabria e nel sud in generale in completo abbandono stanno lì a ricordarci che la realtà se ne fotte dei sondaggi!

Torna Enzo Biagi. Non so se è una bella notizia...

Il ritorno in video di Enzo Biagi dopo cinque anni di assenza previsto per il 22 aprile in prima serata su Raitre, comincia già a dare i primi segni di polemica. Questa volta sono lo stesso Biagi e i suoi a dare fuoco alle polveri : « Tra i politici, c’è chi si preoccupa e pensa “adesso Biagi torna in onda e chissà che cosa dirà contro Berlusconi”. Invece no, la cosa importante è che Biagi torna ad esserci, dopo cinque anni di assenza che, per una persona della sua età, sono davvero tanti. La firma del suo contratto ha sancito la sconfitta dei servi e dei piccoli uomini della Rai che, in tutto questo tempo, hanno impedito il suo ritorno», dice Loris Mazzetti co-autore del programma e da sempre braccio destro del giornalista.
Gli fa eco lo stesso Biagi che, nella conferenza stampa di presentazione, ha sottolineato così il suo rifiuto ad emigrare sulla Prima Rete per restare ancorato a Raitre : “Non vogliamo avere a che fare con Del Noce e nemmeno con Bruno Vespa!”.
Tutti felici in Via Sempione per la dichiarazione d'amore di Biagi che non ha mancato di ricordare che durante la lontananza dal piccolo schermo, “solo Ruffini e il direttore del Tg3 Di Bella hanno sempre pensato e tentato di farmi tornare al lavoro. E poi c’è stato Fazio che mi ha invitato ogni anno in trasmissione, e poi Raitre è la rete della Gabanelli e di Iacona, la rete dove lavorano i compagni di viaggio”.
Sinceramente, non capisco bene il senso e i calcolo di questa operazione di “recupero”. Fermo restando che Biagi è un grande giornalista. L’ultimo dei mohicani. Ma signori miei è così negletto il panorama giornalistico televisivo della RAI da lasciar credere che solo con il suo ritorno si potrà sperare di avere trasmissioni di informazioni degne di questo nome? Oppure si tenta una nuova operazione di rivincita politica? Tutti la negano, ma tant'è!?.
Siamo poi proprio sicuri che il grande vecchio del giornalismo non corre anche lui il rischio di muoversi con lo stesso rancore di Michele Santoro - il suo ritorno è stato peggio del suo addio - e dare vita ad un programma “fuori tempo massimo”? L’età dovrebbe essere il miglior antidoto, ma … anche il nostro Enzo nazionale potrebbe essere tentato dall’adulazione e dalle aspettative di chi lo saluta e l'aspetta solo e sempre più come il castigatore delle “altrui” ben individuate e personali nefandezze ... e per fare cappotto chiede a gran voce.... il ritorno di Luttazzi!!
Tutto questo per non smentire chi continua a dire che forse è ora che la smettiamo di essere vittima dell'esercizio delle contrarità. Agire e pensare "contro" qualcuno, qualcosa, è diventato il male oscuro di questo pease. Non se ne può più!

giovedì 1 marzo 2007

Il voto di Follini... viene da lontano.

Il voto di Marco Follini al governo ha riaperto la solita tragicomica pletora delle dichiarazioni e delle offese. Da Berlusconi che dai microfoni di Radio Rai ha sparato la sua bordata al veleno , dichiarando che il gesto di Follini «fa parte degli aspetti deteriori che esistono nella vecchia politica. La mal politica senza moralità che è ancora viva e determina l’agire dei vecchi arnesi della politica», per arrivare alle “volgari” insinuazioni - bollate cosi dallo stesso Casini ex-amico di partito di Follini - del senatore Sergio De Gregorio, eletto nell'Idv di Di Pietro, transitato al centrodestra, che avanza il pesante sospetto dichiarando e presentando un’interrogazione per verificare se l’appoggio esterno di Follini a questo Governo "nasconda in realtà la conferma, avvenuta poche settimane fa, dell'incarico a Direttore Generale dell'Agenzia del Demanio di sua moglie Elisabetta Spitz". Per non parlare poi degli epiteti rivolti al traditore, voltagabbana, etc. etc., che hanno accompagnato quasi tutti i discorsi dei capigruppo al Senato, in occasione delle dichiarazioni di voto per la fiducia.
Come se non fosse già stato tutto scritto. Non capisco la sorpresa di chi oggi grida al tradimento. Follini questo “gesto” lo ha preparato da tempo. Fin da quando era vicepremier del Governo Berlusconi/ter. Lo ha detto a chiare lettere che il centrodestra governato da Berlusconi gli andava stretto. Molto stretto. E ha fatto quello che politicamente si fa in questi casi : ha programmato e gestito il traghettamento verso l’altro polo. Anche se in verità il suo disegno ancora più ambizioso è quello di creare il Grande Centro con gli ex Dc di sinistra. La stessa cosa che prova a fare Casini dall'altra parte. Casini guarda alla sua destra e ai delusi di FI.
Follini invece, più pragmaticamente vuole raccogliere le anime disperse della dc di sinistra e quanti non accetteranno di confluire nel nuovo partito democratico. Gli ex-gemelli dell’UDC si sono dati una bella strategia. Per adesso, nonostante gli attacchi e le offese, sembra che Follini si sia mosso meglio del suo gemello. Per verificare se la strategia di Follini è quella giusta basterà aspettare poco. Vediamo come l’Harry Potter della politica italiana gestirà il suo voto determinate al Senato. Mastella&C pronti a ... "verificare più ampie sinergie".

Ricarica addio...

Tra domani 2 marzo e lunedì 5 sparisce la commissione di ricarica dei cellulari. Diventa operativo il decreto Bersani. Tutti gli operatori si sono adeguati alle nuove norme. Prima della classe 3 Italia, che sta avvisando con pagine di pubblicità e comunicazione diretta i propri clienti che i costi di ricarica non ci saranno più. Poi arriva Vodafone che elimina i costi di ricarica da domenica 4 marzo. Per Tim e Wind, invece, la data "fatidica" è fissata a lunedì 5 marzo. ”Qualunque sia la ricarica che si acquista, verrà riconosciuto il suo pieno valore in telefonate, a prescindere da quello che è stampato sulla tesserina. In sostanza anche se sono ancora in circolazione card che contengono l'indicazione del prezzo più il costo di ricarica, i sistemi sono stati adeguati in maniera tale da calcolare l'importo come prezzo pieno delle telefonate. In caso di dubbio, sarà possibile controllare con una semplice chiamata al servizio clienti” si legge nelle note diffuse alla stampa. Anche se al momento la sparizione dei costi di ricarica non ha portato i temuti aumenti sulle tariffe per compensare la perdita della commissione qualcuno prevede che gli operatori dovranno in qualche modo rientrare del mancato introito. Dalle loro parti si fa notare che se così non fosse ne soffrirebbero gli investimenti e soprattutto una sempre maggior disponibilità a dare vita e corso ad azioni commerciali competitive, tutte a vantaggio dei clienti. Tesi contrastata e contraddetta dal ministro che non ne vuole sentire parlare. Il rischio che quei 5 euro usciti dalla porta rientrino nelle casse degli operatori dalla finestra è alto. Le organizzazioni dei Consumatori che hanno salutato questo decreto come una loro vittoria già dichiarano che non abbasseranno la loro vigilanza…. .

martedì 13 febbraio 2007

I nemici a sinistra

La scoperta e gli arresti della nuova cellula delle Brigate Rosse riapre la mai sopita discussione sulle responsabilità e sulle necessità di una analisi storico-politica sui cosidetti "nemici a sinistra". Il rituale quanto opportuno e ovvio richiamo ai fondamenti democratici delle aree politiche e sindacali da cui emergono alcuni dei componenti di queste nuove cellule - questa volta è la CGIL ad essere direttamente coinvolta - è fuori discussione. Bene quindi ha fatto Epifani, con coraggio e con chiarezza - a togliere di mezzo ogni strumenatalizzazione e ogni parossistica connivenza.
Lasciamo a Bondi e ad AN l'ingrato e stupido compito di fare polemica politica con il terrorismo.
Ma non posso lasciar passare nell'indifferenza alcune considerazioni che ho letto e che negano, con una miopia inspiegabile, una realtà che il paese e la sinistra si trascina ormai dal lontano '77. Sto parlando di quelli che Nenni molto tempo prima aveva definito "i nemici a sinistra". Negarne l'esistenza e soprattutto sottovalutarne la portata deflagrante in alcuni ambienti è miopia. Ritenere poi che dopo ogni maxi retata siano stati completamente debbellati, mi sembra una superfiaclità pericolosa. La storia politica e sociale della nostra sinistra non finirà di produrre "nemici alla sua sinistra". Contrariamente a quanto si pensa o si vuol lasciar pensare non è la grammatica delle parole della politica dell'estremismo con i suoi slogan e le bandiere bruciate che ne alimentano le ceneri. Nè la totale inacapità della sinistra stessa di rispondere alla domanda di radicalismo espressivo che proviene dalla marginalità e dalla precarietà sociale di alcune aree dell' antagonsimo politico. Quello è appunto antagonsimo che non ha niente a che vedere con il terrorismo.
I "nemici di sinistra" sono la mal riuscita assunzione di responsabilità che la sinistra, nel suo complesso, non è riuscita a completare, subito dopo i cosiddetti anni di piombo. In particolare l'aver data per conclusa e definitivamente superata una fase storica, senza approfondire il grado di profondità delle ragioni che essa aveva raggiunto.
Il terrorismo è stato semplicemente sconfitto, ma mai superato. Per superarlo sarà necessario dare a questo paese forse una migliore e più condivisa forma e attuazione alla democrazia compiuta, capace di alimentare e sostenere una convivenza politica e sociale in cui la grammatica della violenza non sia più declinata in ogni aspetto della controversia dialettica e non - dal calcio alla politica, dalla tv al gossip, dalla burocrazia al giornalismo. Il terrosirmo è un virus da cui non si guarisce mai. Un corretto e sano stile di vita "democratico" e responsabile evita pericolose recidive.

lunedì 12 febbraio 2007

L'Italia e il fattore Wimbledon

Diventato il paradigma che ha caratterizzato la politica economica di Tony Blair, il fattore Wimbledon merita, a mio giudizio, una lettura italiana. Farebbe bene al nostro paese la strada che la GB ha seguito in questi ultimi 10 anni scegliendo di aprire, senza condizioni, la strada alle acquisizioni e allo shopping internazionali dei gioielli dell'imprenditoria pubblica e privata?
A Londra dicono che il fattore Wimbledon ha fatto in modo che la City diventasse il vero e nuovo centro mondiale della finanza e degli affari. Poco importa se gli stranieri orami controllino la maggior parte delle aziende britanniche e che non ci sia giorno in cui non si registri il passaggio di un'azienda inglese in mano straniere. I benifici sono più dei rischi. Se è vero come è vero che Londra è ormai il centro economico e finanziario del mondo e che da qui passano ormai la maggior parte delle esportazioni mondiali. Fino a far dire che "la libertà di movimento dei capitali è la vera variabile competitiva di successo per l'economia di un paese".
Ma il risvolto della medaglia c'è e pesa anche molto. Come il brusco abbattimento delle entrate fiscali ..., come la fuga degli utili e dei profitti delle aziende, una volta inglesi, verso l'estero ... e ancora il rischio di pesanti emorragie per l'occupazione.
Ma tant'è che Tony Blair e i suoi Labours non intendono cambiare strategia. Nonostante il paradosso che vede gli industriali inglesi che cominiciano ad essere sempre più preoccupati.
Da più parti anche in Italia si ritiene che l'effetto Wimbledon farebbe bene alla nostra economia. Per tanti motivi si dice. Tra questi il principale sembra essere quello di ridare slancio alla competitività - soprattutto nei servizi e nel credito - ma non solo, farebbe confluire capitali che potrebbero essere riinvestiti, rimettendo in moto un'economia asfittica e autoreferenziata. Qualcuno avanza l'ipotesi che con l'impulso delle multinazionali l'Italia ritornerebbe a primeggiare nella ricerca, nell'innovazione e nei brevetti. Insomma, un panacea per tutto il paese. I ritorni negativi, uguali a quelli che si stanno rivelando in GB sarebbero un caro prezzo da pagare. Ma nel lungo periodo gli effetti benefici ne ridurrebbero la portata e il peso.
La cosa strana è che in Italia, proprio contrariemente a quanto avviene al di là della Manica, a chiedere la totale apertura dei mercati sono gli industriali e a frenare i politici che hanno fatto dell'italianità un bene prezioso da difendere e custodire con gelosa perseveranza. Un peccato d'orgoglio che spesso ci condiziona e ci penalizza. In Italia non abbiamo Wimbledon, dove un inglese non vince da secoli ma sono i migliori tennisti del mondo ad aver creato il mito del torneo di tennis più prestigioso, ma forse ne avremmo proprio bisogno.

La buonuscita di Cimoli

La maxi-liquidazione che il Ministero del Tesoro si accinge a dover pagare all'ex a.d. di Alitalia, Giancarlo Cimoli, sta dando vita ad un vero e proprio caso politico. Una cifra scandalosa e inconcepibile - si parla di oltre 5 milioni di euro - che il manager avrebbe concordato già all'inizio del suo mandato come "salvatore dell'Alitalia". L'affaire Cimoli che speriamo si concluda con una decisione che salvaguardi almeno la decenza delle istituzioni, rappresenta la punta di un iceberg che nasconde un problema che sembra alquanto difficile da affrontare senza presupposti ideologici e senza un pregiudizio di fondo. Il problema è semplice: per i manager che amministrano aziende pubbliche ci deve essere un tetto allo stipendio? Da uno sguardo agli emolumenti dei top manager privati e dei top manager pubblici si nota che tra le due categorie la differenza è minima. Anche se i manager privati possono contare sulle famose stock otpion che sono una manna per coloro che fanno bene il loro lavoro - si pensi che Sergio Marchionne, a.d. di Fiat molto probabilmente nel 2010 staccherà una cedola per le sue azioni Fiat di oltre 130 milioni di euro.

I sindacati e molti esponenti della sinistra vorrebbero che vi fosse un parametro che definisse l'emolumento del top management delle aziende pubbliche, legato in qualche modo allo stipendio dei dipendenti. Soluzione alquanto bizantina. Da più parti si sente però dire che i bravi manager devono essere pagati, a volte strapagati. Altrimenti non accetterebbero di lavorare per le imprese pubbliche. Ma... è giusto che non debbano in alcun modo rispondere dei risultati?
Il mercato dei manager è un mercato molto competitivo. All'estero le aziende pubbliche si contendono i migliori manager sul mercato. Strappandoli alle aziende private. Ma la variabile non è lo stipendio - in media i manager pubblici europei hanno stipendi più bassi dei loro colleghi italiani - ma a fare la differenza sono i bonus che si concordano sui risultati. Una forma di meritocrazia che in Italia non accetterebbe nessun manager. Perchè? Semplice: l'Italia è da sempre il paese delle garanzie. Per mandare a casa Cimoli a momenti ci sono voluti i carabinieri. Chi accetterebbe di mettersi in gioco, senza una lauta, protetta e generosa liquidazione? Come può mancare in contratto una manaleva concordata ante-post sugli eventuali errori o sulle "sorprese" contabili" ex post?
Retaggi di una cultura dell'appropriazione che parte da molto lontano.
Forse tra le lenzuolate di Bersani un ricamo lo dovrebbe dedicare a questo aspetto.
Gestire con efficienza la cosa pubblica è o non è competizione?

domenica 11 febbraio 2007

Se Prodi si traveste da Sandokan

La visita in India di Romano Prodi sta incontrando un buon successo e una buona accoglienza. Ma come spesso accade il messaggio che questi "viaggi" nascondono ha contenuti prettamente politici e si rivolgono soprattutto alle cose di casa nostra. Cosa ci manda a dire il nostro premier da così lontano? Una cosa chiara. Mentre in Italia si fa maretta e si litiga per le "piccole" cose, il mondo va avanti e l'Italia rischia di perdere il suo aggancio con il futuro. La politica estera economica italiana deve garantire al nostro paese un ruolo nei nuovi equlibri mondiale.
Agli industriali che se ne stanno buoni buoni ad aspettare che il Made in Italy faccia il lavoro per loro dice a chiare lettere che occorre recupare il ritardo di relazioni economiche e industriali con i paesi emergenti. Ne ha al seguito oltre 400. Si spera che faranno un buon lavoro nei tanti "Forum dei Ceo" che sono previsti. Torneranno con le idee chiare e come sottolinea Montezemolo "pronti a concordare con il governo una griglia prioritaria di interventi concreti". Uno qui si chiede che fine hanno fatto quegli intraprendenti pioneri che incuranti delle difficoltà dei mercati lontani hanno preso, senza griglie prioritarie, bagagli e bagatelle e sono andati a investire in giro per il mondo. Va detto per giustizia che la globalizzazione non si affronta a petto nudo, ma occorrono programmi di ampio e coordinato respiro. E qui solo il sistema Paese può competere e aggregare le opportunità e intecettare il futuro.
Ma la cosa che mi pare Prodi manda a dire, da Calcutta o giù di lì, al paese e soprattutto ai suoi alleati, è che per garantire all'Italia il ruolo economico e politico che deve avere per poter competere nel mondo è assolutamente necessario che sia ritenuto un paese credibile, affidabile e soprattutto stabile nelle sue alleanze e nei suoi impegni internazionali.
Come altro modo non leggere le seccate battute con cui dall'India il Premier liquida le polemiche in corso in Italia sui Dico, su Vicenza e sul ritiro dall'Afghanistan?

Il copyright del Papa

Il Vaticano sta lavorando ad una legge sul diritto d'autore che dovrà tutelare gli scritti, le immagini e la voce del Papa. La norma è maturata dopo che la Commissione vaticana che ha il compito di divulgare l'immagine e le parole del Papa ha evidenziato che il rischio di manipolazione e di abusi è andato fuori controllo. Il mercato è vastissimo sia in termini economici sia in termini qualitativi.
Non c'è dubbio che la decisione muove qualche riflessione. Il Papa, con le sue immagini e le sue parole, svolge il suo altissimo ruolo pastorale. La Chiesa è parola. Gli incontri domenicali per l'Angelus, le bellissime ed emozionanti udienze nella sala PaoloVI, le sue foto in giro per il mondo, i suoi discorsi sono "la comunicazione" della Chiesa. Come si può pensare di regolarne l'uso? Altra cosa sono le pubblicazioni: i tantissimi libri che si stampano nel mondo, le encicliche... Ma qui c'è la Lev - Libreria editrice vaticana - che da sempre vede e provvede. Una ulteriore regolamentazione sembra necessaria. Visto che il Vaticano non ha una sua legge ma si rifa a quella italiana. E forse va fatta, anche se sono molto d'accordo con quello che dice Vittorio Messori , quando afferma "come la mettiamo con le leggi del Vangelo, in cui Cristo ci invita a diffondere la parola".

Fin qui la riflessione tecnica. Ma non posso evitare di notare come , se persino il Papa si arrocca dietro il copyright, si fa a contestare chi alza barriere invalicabili - soprattutto per i giovani e per i meno abbienti - all'accesso gratuito all'informazione e alla cultura?

sabato 10 febbraio 2007

Le domande di Tamburini

Stanno per arrivare a termine i tempi tecnici delle inchieste sulla stagione delle scalate e del risiko bancario dell'estate del 2005. Stanno per arrivare senza quel clamore che le aveva precedute e accompagnate nel loro primo avvio. E autorevoli giornalisti già si chiedono cosa verrà fuori dal cilindro dei magistrati. Tra questi L'Editorialista del Sole 24Ore, Fabio Tamburini che sulle colonne del suo giornale aspetta di vedere e capire come i magistrati siano riusciti a far emergere con responsabilità e chiarezza gli intrecci perversi e le connivenze riprovevoli che si sono manifestate in quel periodo tra la politica e l'alta finanza. Cosa verrà fuori dall'abbondante materiale che è stato raccolto in questo anno e mezzo? Fermo restando, dice Tamburini, che anche se non dovessero emergere fatti penali, la pena mediatica farà ugualmente giustizia per i comportamenti discutibili dei molti personaggi coivolti. Ma su tutto questo preme l'interesse prevalente che giustifica tanta attesa. Dato per certo e scontato - per la verità smentito da Consob e dalle testimonianze degli stessi Fiorani e Boni - l'intreccio tra la scalata AntonVeneta di BPL/Fiorani e la scalata BNL di UNIPOL/Consorte, Tamburini chiede ai magistrati, , di dare risposta alle domande più inquietanti di tutta la intriganta vicenda. "In che misura Consorte ha sfruttato le coperture politiche? Quali sono le complicità su cui ha potuto contare nelle istituzioni? E soprattutto quali sono le responsabilità?"
Lasciandosi cogliere in un eccesso di previggenza nell'anticipare che nei materiali dell'inchiesta vi sono spunti davvero sconcertanti.
A Tamburini poca importa di sapere se ci sono reati da contestare e portare a giudizio. Consorte va giudicato per le sue "relazioni". E questa sarebbe anche giusta cosa se si capisse bene di cosa Consorte verrà accusato.
Quelle domande piuttosto avrebbero senso se i magistrati, dall'abbondante materiale, facessero emergere perchè la scalata BNL doveva fallire. Avrebbero senso se i magistrati facessero emergere come è nato e chi ha fatto nascere l'intreccio tra le scalate AntonVeneta e BNL.

lunedì 5 febbraio 2007

E se dal dibattito si passasse ai fatti?

Non c'è giorno che tra i riformisti di centro, i riformisti di sinistra, quelli di sopra e quelli di sotto, non si intrecci l'occasione di dibattere sul nascente Partito Democratico. Un dibattito che appare ormai orientarsi verso la più assoluta sterilità. Contorto e inutile a tal punto che molti ormai credono che finchè se ne discuterà non ci sarà pericolo che qualcosa di reale si faccia.
Le parole d'ordine che alimentano questo dibattito sono ferme e risolute. Dalla necessità si passa a quello che dovrà essere e quello che invece non dovrà essere, a quello che si può fare e quello che non si può fare. Parole che si incartano e immagini che si sovrappongono, in contrasto molto spesso tra loro. Un delirio che dice solo che forse questo nuovo partito Democratico di futuro ne ha davvero poco.
Difendiamola questa necessità, senza definirla con lo sguardo al passato o peggio rivendicandolo questo passato.
Anche se viene da pensare che se davvero fosse necessario, sarebbe già una realtà, fatta e quasi finita.
Cionostante, se davvero è un'esigenza il partito Democratico non può e non deve avere un passato. Non può avere un'identità già costituita. Non può nascere con le carte in regola. Non avrebbe senso. Bisogna solo saper dire cosa a partire da qui si vuole fare, si vuole essere. La grammatica politica delle parole si arrenda all'immaginazione. Non guidi il pensiero quel tragico e doloroso desiderio di traghettare il passato nel futuro.

"Solo coloro che non hanno un futuro, credono di dover ancora traghettare il passato."

sabato 3 febbraio 2007

Il calcio si ferma la RAI...no!

Ieri sera il calcio italiano ha vissuto un'altra delle sue pagine "nere". I fatti di Catania ci lasciano , ancora una volta, incredubili e sbigottiti di fronte a tanta stupida e insensata violenza. La risposta del mondo del calcio arriva immediata. Questa volta forse meno indecisa di altre volte. Il Commissario Straordinario della FIGC, Luca Pancalli, ferma il calcio.Decisione saggia, fors'anche non decisiva per la soluzione di un problema complesso, antico e da troppo tempo sottovalutato - si attendono i commenti dei "benaltristi" del momento.
L'Italia discute e si interroga. Tutto da copione. Certo!
Talemente perfetto che .... la RAI, stamane che fa? Manda in onda - Sabato, Domenica & ... - Rai1, ore 9,15 ca. - una lunga intervista, in diretta, a Luciano Moggi che, sostenuto da Franco di Mare e dall'esperta Sonia Grey, dopo, bontà sua, aver dedicato alla tragedia di Catania una breve e banale battuta, ci racconta in una paradossale, quanto inopportuna - crediamo noi -seduta di autoanalisi, la sua crisi "esistenziale" da ex Re del pallone.
Tutto questo mentre i quotidiani, quasi tutti, "misurano la notizia". Dedicando, tutti e per due giorni di seguito, in media circa 12 pagine al giorno alla Telenovela di Macherio - interpreti Veronica Lario, nella parte di lei e Silvio Berlusconi, in quella del "malamente" - e, oggi, solo due pagine ai fatti di Catania. Dimostrando, se ancora ci fossero dubbi, che il vero Reality show non lo vediamo in Tv. Diteci però come possiamo fare le "nomination"???

martedì 30 gennaio 2007

Arrivano i Volenterosi

All'inizio volevano solo far cambiare alcune cose della legge finanziaria. Ci sono riusciti in parte. Adesso provano a fare sul serio. Sono i Volenterosi di Capezzone e Tabacci. Non si dichiarano partito, e nemmeno movimento. Ma provano a ricucire uno strappo che sembra sempre più lacerare la distanza tra la politica e i cittadini. Provano a occupare gli spazi politici che i partiti inesorabilmente non riescono più a presidiare, presi come sono da progetti e strategie di largo e lungo respiro - a sinistra il Pd, a destra il partito delle libertà. Si raccontano e si ridefiniscono ogni volta che si riuniscono. Saltellano tra proposte di riformismo e visibilità, tra manifesti e programmi bipartizan e richiami contro le insufficienti risposte della classe di governo partitica. Minacciano una "marcia dei quarantamila", rievocando la mobilitazione dei quadri Fiat nel 1980.
Possono raccogliere le istanze che provengono dai politici - di destra e sinistra- delusi e frustrati. Possono fare del male, insomma. A chi? Intanto al centro-sinistra e al governo che li sottovalutano un pochino. Ma possono fare male sopratutto al bipolarismo.
Si perchè, tra l' Italia di mezzo di Follini, la spinta centrista di Casini da una parte e di Mastella d'altra, possono fare, involontariemente, da sponda a vecchie e obsolete tentazioni.

Resta però il fatto che tra essi vi sono importanti intelligenze - Franco De Benedetti, Nicola Rossi, Gianni De Michelis, per dirne solo alcuni. Personaggi che sono in grado di dimostrare che il sistema politico italiano ha bisogno di una bella sferzata di anticonformismo per uscire dalla sua ostinata e presuntuosa autoreferenzialità e dall'immobilismo riformista.

Dicono: "Governare è difficile. Avere il coraggio di rischiare è ancora più difficile. Ma possono le inevitabili difficoltà frenare il futuroi del paese?"

I fischi all'Antitrust

Per aver ribadito forse una delle cose più semplici e ovvie che dovrebbero regolare la competitività dei mercati, Antonio Catricalà, presidente - ancora per quanto? - dell'Antitrust è stato bombardato di fischi e di contumelie. Cosa ha detto di così sconvolgente? ... che non si possono mettere limiti al fatturato delle imprese per legge "perchè si deprimerebbe la crescita e gli entusiasmi imprenditoriali". Ovvio , vero? Non proprio. Se le imprese sono imprese televisive e se sono di proprietà del leader dell'opposizione, l'ovvietà non è "politically correct". Per cui giù con gli attacchi e le insolenze nei confronti del presidente dell'Antitrust, reo di aver lanciato un salvagente a Berlusconi e a Mediaset ... (in verità ci sarebbe anche Sky tra le aziende favorite con questa dichiarazione. Nessuno dimentica il ruolo di posizione dominante che le tv di Murdock hanno sui diritti del calcio...).

Senza entrare nel merito delle ragioni - che sono tecniche e non politiche, come devono essere da parte di un Authority - della presa di posizione di Catricalà, ribadita anche nella audizione alla Camera, non è male sottilineare che il ddl del ministro Gentiloni rappresenta senza dubbio un passo avanti verso la normalizzazione "civile"del selvaggio west dell'emittenza italiana, ma va sotolinetato che l'azione del Governo deve avere il solo obiettivo di indicare norme di carattere generale e non di segnare vincoli e niet, sopratutto in tema di comunicazione e tecnologia. A vigilare sulla concorrenza ci sono le Authority. E' qui che bisogna agire. Rinforzandone il ruolo, l'azione e le possibilità d'intervento.
Se si vuole fare del male al nemico, non lo si deve far diventare un "martire".
Come dice la Legge 12 del POTERE: " Per disarmare il vostro nemico, usate un misurato grado di onestà e di generosità"

Il sogno di Lapo

"In Italia è un incrocio tra un principe e un giovane Kennedy. Suo nonno era l'uomo che ha reso grande la Fiat". Il Financial Times intervista Lapo Elkann, che ha appena creato una nuova società di moda: " Il mio sogno è dare ai giovani la possibilità di lavorare senza dover far politica. La politica uccide la creatività". Dalla rivista Internazionale/n.676

lunedì 29 gennaio 2007

Se Sanremo è Sanremo

Pippo Baudo ha presentanto il "suo" Festival di SanRemo. L'edizione 2007 sarà anche lei, come sempre, bersagliata da critiche e da sberleffi. Il dibattito tra eminenti critici ed esperti di costume coprirà intere pagine di giornali, rubriche televisive - non oso immaginare cosa starà preparando Massimo Giletti. La domanda - o meglio il tormentone - sarà ancora una volta se Sanremo e le sue canzonette rappresentano la musica popolare italiana? Sondaggi e interviste come se piovesse. In fondo, io credo, che delle canzone non se ne fotte nessuno. Sanremo è Sanremo solo per le chiacchiere e per l'off-stage che produce. Il caso più emblematico e se volete da letteratura di un fenomeno che ogni volta si rinnova non più per quello che è ma solo per quello che produce. E tra questo non dimentichiamo la cosidetta "spirale del silenzio" - la famosa teoria di Elisabeth Noelle-Neumann applicata al Festival di SanRemo- che fa dire alla maggior parte degli italiani che non solo non hanno visto la maratona Tv di Baudo, ma che è ora di dire basta a questo rito "pacchiano" e da "italietta", per verificare, dati alla mano, che invece sono oltre 12/16 milioni gli italiani che lo seguono ogni anno .
Sempre più convinto che comunque lo fanno solo perchè non vogliono o non possono perdersi il chiacchiericcio tra colleghi in ufficio, al bar, sul tram e/o le ormai immancabili risse tra improbabili personaggi alla ricerca di un pò di visibilità in tv.
Beh! Tanto per cominciare un punto a favore vorrei segnalarlo io. Il logo del Festival è l'ultima opera di Lele Luzzati, il grande artista scomparso pochi giorni fa, il 26 gennaio. Ma su questo non si aprirà certo un dibattito "colto", direbbe Guccini.

sabato 27 gennaio 2007

SPORT/ Platini e il fascino dell'antipatico

Per essere antipatico è antipatico. Non c'è dubbio. Anzi fa di tutto per esserlo e per ricordarcelo. Le sue frecciate , le sue battute infastidiscono più che far sorridere. Tracagnotto come è diventato ha alimentato la sua superbia - molto francese, direbbe la Bruni/Fiorello - guardando tutti dall'alto in basso. Ciononostante è diventato il nuovo presidente della UEFA.
Nel suo breve discorso di insediamento ha ricordato e ringraziato l'avv. Agnelli per le lezioni di vita che gli ha saputo regalare nei suoi anni juventini. Splendidi, davvero, per chi ama il calcio. Eletto contro i poteri forti del calcio europeo, dicono le cronache. Eletto per ridare un senso al gioco più bello del mondo, dicono i sostenitori. Eccolo quindi di fronte alla sfida. Ci ha annoiato per troppo tempo, di passaggio in Italia, raccontandoci tutto quello che non va nel nostro calcio e nel calcio di fuori casa nostra. Vediamo se dall'avv. Agnelli, oltre che la battuta sfrezzante - a dire il vero il nostro era più bravo, al limite del geniale, dall'alto della sua classe, così distante dalle nostre piccole beghe terrene - è riuscito a coglierne il pragmatismo piemontese. Ha di fronte alcuni nodi da sciogliere per arrestare il declino di audience del giocattolo. Prima fra tutti la credibilità. Moggiopoli come tutti sanno è solo l'episodio italiano di un calcio europeo malato. Altri simili e forse più gravi episodi - ma qui facciamo finta di non saperlo - hanno sconvolto la Germania, il Portogallo, la Spagana, la Polonia... La pervasività sistemica, ormai, del condizionamento non si risolve rivoluzionando la Champions League. Come non si risolve richiamando i termini di libertà del calcio giocato il nodo delle sperequazioni economiche tra i club ricchi e quelli poveri. O peggio l'egemonia delle TV e dei loro soldi - come farà a convincere i dirigenti delle Tv a lasciare spazio, lasciando anche i soldi? Risolverà d'imperio le contraddizioni e le sperequaizioni dei regolamenti disciplinari, le vistose differenze in fatto di giustizia sportiva e regole amministrative? Ne ha da fare il bravo - ma antipatico Michel. Platini ha giocato a calcio - ne ha fatto la storia in Europa - sarà antipatico ma ha il carisma per risolvere tutti questi problemi. A me paice molto crederlo. E' competente. E' romantico. E' presuntuoso. E' ambizioso. E' Platini!


ECONOMIA/ Porte aperte ai Private Equity

Chi attraversa quotidianamente le pagine economiche e finanziarie dei quotidiani italiani avrà senz'altro notato che si fa un gran parlare di "private equity".

Il private equity è uno strumento di finanziamento un Fondo di investimento - mediante il quale un investitore apporta nuovi capitali all'interno di una società, che presenta un'elevata capacita' di generare flussi di cassa costanti e altamente prevedibili. L'investitore si propone di disinvestire nel medio - lungo termine realizzando una plusvalenza dalla vendita della partecipazione azionaria.


Chi lo ha fatto ha notato che fanno paura. In Germania qualcuno li ha definiti "le cavallette del capitalismo", negli USA fanno il bello e cattivo tempo a Wall Street...
Hanno la forza della liquidità e l'obiettivo primo e assoluto di far soldi. Entrano ed escono dalle società quotate e non. Ne destabilizzano il management, ne condizionano scelte e strategie. In America hanno di fatto preso il posto delle Banche d'affari che ne soffrono la liquidità e la spregiudicatezza che tanto piace agli americani.
In un recente dichiarazione il nostro ministro dell'economia Padoa Schioppa ha dichiarato che "non vi è alcun pregiudizio od ostacolo al loro massiccio ingresso in Italia".

Ma dove è il punto della questione? Se sono investimenti da attrarre ben vengano. Il paese ne avrebbe tanto bisogno. Sopratutto in questo monento.
Ma se tutto questo è vero, il risvolto della medaglia è assai preoccupante. Per tanti motivi. Il primo, evidente, è che la nostra finanza non è in grado di reggere l'urto. Il rischio è vedersi sfilare le golden share delle poche aziende italiane ad alto tasso di rendita. C'è poi quello che Parmalat ha lascito nel "cuore" di tanti piccoli risparmiatori italiani. Come tutelare il piccolo risparmio che ha poca voce nelle decisioni della Assemblee? Manca una regolamentazione in particolare sui diritti di voto e sui limiti della rappresentatività. Non solo in Italia per la verità. Se ne sta discutendo a Bruxelles.
A questo vada ad aggiungersi la fretta che lor signori hanno. Devono investire a breve, a volte brevissimo termine. La cassa non può aspettare. E si sa la fretta spesso fa i "gattini ciechi".

Tutto negativo. Assolutamente no. I private equity hanno avuto e hanno il merito di equilibrare il mercato dei capitali, spezzare l'egemonia delle banche d'affari - i salotti buoni, per interderci - e hanno tanti tanti soldi da rischiare. A beneficio delle aziende che fanno innovazione, a beneficio delle aziende che vogliono competere per vincere, a beneficio di chi è stufo di fare il giro delle sette chiese per trovare capitali freschi e disponibili.

Ma mi permetto di aggiungere un altro beneficio. Con loro ingresso in Italia forse finiranno i giochi di potere, delegati ai media e alle procure con le loro inchieste a soggetto, sostenuti dalla politica del comparaggio e dalle vendette trasversali, ordite per mano e per penna di qualche illustre finanziere di antico e nobile lignaggio.

Addio a Valentina

Valentina non ce l'ha fatta. Il suo cuore non ha retto. La cronaca ogni giorno è piena di morti giovani. Perdono la loro giovane vita in incidenti d'auto - tantissimi, davvero una strage ogni sabato sera - se ne vanno per overdose, per quelle malattie che non hanno rispetto del tempo e della giustizia della vita, gliela strappano la violenza e l'assurda realtà degli uomini e delle donne vinti dalla malvagità e dalla pazzia.

Ma a Valentina la vita l'ha rubata una piccola incuria. Così piccola da essere finanche assurda. Un black out elettrico di 12 minuti. Una spina messa male. Ci si domanda come è possibile? Come è stato possibile? Ma ogni cosa ha un senso. L'assurdità del caso non può richiamare il destino. Questa morte, così terribile e assurda - per i suoi 16 anni e per la memoria che lascia - ci dice tante cose che, le parole della politica e dell'inganno, nascondono dietro un muro di ipocrosia.

Questa morte segna un abbandono. L'abbandono di una parte di questo paese che non ha dignità di bandiera. Un abbandono che i visi straziati dei compagni di Valentina, le parole dei politici di turno, le reazioni e i commenti della gente e le immagini e le corse dei giornalisti fuori, raccontano in un quadro devastante. L'incredulità e la pietà non riescono a coprire la desolazione delle risposte. Si dedicherà un ospedale a Valentina, saranno fatte le inchieste: si aspetterà, ancora!
Quel black out e quella maledetta spina non hanno bisogno di inchieste, nè tanto meno di parole e rancori. Quel balck out e quella spina hanno bisogno di scuole efficienti, strade percorribili, lavoro vero.... Quel black out e quella spina hanno bisogno di futuro.

Povera Calabria! In cronaca solo e sempre per mafia, per malasanità, per guerre intestine, per frodi e raggiri. Povera mia Calabria.